SEGRETARIATO ATTIVITA' ECUMENICHE - A.P.S.

gruppo di  Cosenza

ASSOCIAZIONE INTERCONFESSIONALE DI LAICHE E LAICI
PER L'ECUMENISMO E IL DIALOGO A PARTIRE DAL DIALOGO EBRAICO-CRISTIANO


25novembreVisto l’anno particolare che stiamo ancora vivendo, dominato dalla pandemia del Covid 19 e dall’impatto talora devastante che essa ha avuto su tutti/e, la Federazione delle Donne Evangeliche Italiane (FDEI) – che da anni organizza dal 25 novembre al 10 dicembre 16 giorni per vincere la violenza – ha deciso di focalizzare l’attenzione sul tema della salute delle donne, strettamente connesso alla violenza. Noi del gruppo SAE Cosenza abbiamo voluto rispondere ad alcune delle domande poste come spunto di riflessione, ed il seguente è il lavoro collettivo che abbiamo realizzato.

La salute è donna?

Mi viene da rispondere: la malattia è donna!

Quante mamme, mogli, figlie non si arrendono anche ad oltre 38° gradi di febbre, a dolori insopportabili. Quelli si mettono sempre dopo: dopo avere accudito la famiglia, avere accompagnato i figli, aver fatto la spesa.. stringono i denti e vanno avanti.

“Ma tanto tu sei forte, sopporti bene!”. Questo l’incoraggiamento, anzi il ringraziamento (il potere che le donne esercitano nel gestire la casa).

E mi viene in mente la nostra amica Nadia, indomita guerriera contro una malattia come la SLA che la costringe ormai da anni ad una forzata immobilità a letto.

Non riesce più a mangiare: deve farlo artificialmente.

Non riesce più a respirare: deve farlo artificialmente.

Non riesce più a muoversi: no, questo non lo può fare neanche artificialmente.

Non riesce più a parlare: un computer lo fa per lei.

I suoi occhi, anche se stanchi, puntano sempre la tastiera per comunicare con un sorriso la voglia di vivere, di non lasciarsi andare, di continuare a combattere contro tutti e tutto.

E’ lei che mi è venuta in mente appena letta la domanda che è il titolo di questi sedici giorni per vincere la violenza contro le donne: “la salute è donna?”.

Forse non sono riuscita a rispondere alle domande poste. Sono sicuramente fuori tema, ma il non riconoscere alle donne ciò che sono, che fanno, che dicono non è un’altrettanta grave forma di violenza?

Anna Maria Ferrari

* * *

Il titolo e il tema conduttore del quaderno dei sedici giorni per vincere la violenza preparato dalla FDEI ci interroga se la salute è donna. Se per salute si intende un benessere fisico, mentale e psicologico della donna stante la situazione del nostro tempo, la risposta è NO.

Più che violenza fisica mi voglio soffermare su un altro tipo di violenza, quella invisibile, sottile, subdola, silenziosa che si vive quotidianamente nell’ambito della famiglia, nell’ambito del lavoro, delle chiese e della società che deve affrontare nel corso della sua vita fin da quando nasce e che è nettamente in contrasto con l’agognato benessere.

Fin dalla sua nascita la bambina è considerata un essere di serie B; sovente si leggeva nello sguardo  dell’intera famiglia, specialmente del capo famiglia, l’espressione di delusione quando nasceva una bambina. Durante la crescita ella veniva “incanalata” all’unico scopo e obiettivo della famiglia, il matrimonio e di conseguenza alla maternità, tra i giochi prevalgono le bambole con le sue casette e cosette da accudire, da adolescente è già una fortuna se andrà a studiare, ma il suo tempo ricreativo non sono gli amici, lo sport, la musica, gli hobby, bensì imparare a fare la maglia, l’uncinetto, il ricamo che servirà anche per la preparazione del corredo. Mi ricordo che già negli anni ’60 e ’70, quando nasceva una bambina, l’unico pensiero di una madre era quello della preparazione del corredo in vista del matrimonio. Lo studio era un optional.

Ricordo quand’ero bambina, la secondogenita quindi più piccola di mio fratello, di come erano palesi le particolarità tra di noi, per lui molta più apprensione su tutto e persino sulle porzioni alimentari vi era la differenza. Quando qualche volta mio padre mi chiedeva un consulto su qualcosa a lui non chiara non si fidava della mia risposta ma di quella del figlio maschio. Questi semplici e apparentemente banali episodi rimangono per sempre dentro di te trasformandosi nel tempo in quella che è insicurezza e poca stima, ti plasmano nella tua formazione fino al punto che ti convinci che vali poco, quantomeno sei inferiore a tuo fratello che è maschio. Questi non sono altro che danni alla tua formazione e alla tua intelligenza che porterai per sempre. 

Quando hai la fortuna e il privilegio di poter lavorare ti rendi conto del trattamento discriminante nell’ambiente di lavoro. Quando veniva un cittadino nel mio ufficio e mi trovavo con un collega maschio, anche se di ruolo inferiore, la gente si rivolgeva al maschio. Nell’ambito dei ruoli e dell’Ufficio la donna capace che va oltre la si deve combattere a tutti i costi, intanto sminuendo il suo lavoro, il suo servizio, i suoi compiti, facendola sentire che quello che fa lei lo sanno fare tutti, anzi stanno molto attenti ai tuoi eventuali errori per metterli per bene in evidenza; qualora non riescono in questo, iniziano a farti sentire non un essere mentale quale sei a prescindere dal sesso, mettendo in evidenza il fatto che sei femmina e sei anche una bella donna, quindi niente gratificazioni mentali ma fisici come un animale da macello, iniziando a fare complimenti inopportuni e addirittura arrivando anche a fare delle avances, creando intorno a te un ambiente  ostile e poco vivibile.

Anche nell’ambito delle chiese, e questa è purtroppo una sintesi della mia esperienza personale, c’è ahimè ancora tanto cammino da fare a livello di emancipazione e di diritti nei confronti della donna e parlo della chiesa valdese che è stata la prima chiesa cristiana in Italia ad avere il pastorato femminile. Però ancora rimangono delle resistenze dovute a stereotipi culturali e socio ambientali in particolar modo in alcune zone d’Italia.

Nell’ambito della mia comunità sono stata sempre presentata, per chi veniva dall’esterno, come la moglie di…, la figlia di…. , la madre di…., come se tu non avessi una identità.

L’assemblea fatta di uomini e donne per quanto concerne l’elezione di rappresentanti o eventuali deleghe nell’ambito delle attività o Organismi della chiesa stessa, spesso sceglie senza alcun’ombra di dubbio l’uomo e non la donna, anche se meno capace, ma solo perché è maschio e addirittura con la complicità delle stesse donne elettrici, spesso schiave e frustrate della loro condizione. D’altra parte però anche il maschio “credente” non muove un dito per arginare questa cosa dando più spazio alla donna anche se ne è pienamente consapevole. E cosi stai dietro le quinte una vita intera soffocando quella che è la tua vocazione e i tuoi talenti perché sai già che se mai ti dovessi ribellare la tua è solo una causa persa anche per servire il Signore.

Che dire della famiglia attuale, la tua famiglia?! Spesso è un prolungamento di quella originale, solo che stavolta sei tu, donna, la protagonista indiscussa ma entro un certo limite e con tante ma tante responsabilità e compiti. Per quanto tuo marito o il tuo compagno possano essere o considerarsi emancipati e a favore dei diritti delle donne, alla fin fine ti rendi conto che è solo un pensiero teorico ma nei fatti non ci siamo ancora, anche perché l’ambiente sociale dove si vive è ancora rimasto indietro.

E cosi che, nella famiglia, vedo una donna allo stremo, super impegnata, in ufficio, nella preparazione dei pasti, nei lavori domestici, nelle visite ai familiari, nelle preoccupazioni varie per i figli, per se stessa. Ecco, mi fermo qui.. per se stessa, cosa rimane alla donna per se stessa? Niente, il suo pensiero è rivolto solo agli altri e quando non sta bene  deve continuare lo stesso senza tregua, dov’è dunque il suo benessere psicofisico? Ancora non ci siamo, sappiamo come raggiungerlo però ancora non ci siamo. Solo l’universo maschile, rendendosi consapevole dello sfruttamento della donna anche nelle mura domestiche, può in un futuro spero non molto lontano aiutare la donna in questo senso.

Vanda Scornaienchi

* * *

Sono una donna cristiana, di confessione cattolica, laica (non sono una suora, non sono una consacrata). Credo fermamente che il battesimo mi abiliti a rendere ragione della mia fede in Cristo, unico Signore della mia vita.

Ho fatto l'insegnante di lettere nella scuola media per 35 anni. Se dovessi rinascere, rifarei la stessa cosa... è stato arricchente anche se difficile e impegnativo.

Appena messo piede nella scuola ho giurato a me stessa che "loro", i miei alunni, ma soprattutto le mie alunne, non avrebbero subito le violenze psicologiche di cui io porto ancora oggi le ferite, grazie ai "baroni" della scuola dei miei verdi anni. Li avrei accompagnati nel cammino di crescita e di formazione personale evitando di ferirli, magari inconsapevolmente. Non è stato semplice... La mia arma vincente: il dialogo sincero e appassionato, l'umiltà di lasciarmi mettere in discussione, il coraggio di non nascondere le mie fragilità quando affioravano.

Ho cercato di educarli ad accettare e rispettare la diversità sia attraverso lavori ed esperienze in classe che con la realizzazione di visite guidate: Guardia Piemontese, Ferramonti di Tarsia, scambi di visite con una classe parallela di una comunità arbereshe sono state tappe del cammino. In classe si discuteva dei danni del fumo e dell'alcool con i giovani della Chiesa Cristiana Avventista del VII Giorno, del Corano e dell'Islam con un giovane ricercatore dell'Università della Calabria e di tanti altri argomenti interessanti. Pian piano l'atmosfera in classe cambiava e si stabiliva un clima sereno di dialogo e di fiducia. L'ansia svaniva come nebbia al sole... i cuori si aprivano.. i nodi si scioglievano... le ferite si asciugavano...

Questi ricordi sono affiorati alla mia mente mentre pregavo oggi per le donne che subiscono violenza fisica e psicologica. "Violenza e depressione: un pericoloso connubio" era il tema della giornata e la domanda "Vi provoca fatica avere un'amicizia con una donna depressa?" Sicuramente si, ma una fatica che accetterei con amore.

Maria Pina Ferrari

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Alla domanda “La salute è donna?” si deve rispondere, a mio avviso, con un’altra domanda: cos’è la salute? L’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 1948 definì la salute come uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale. Ovviamente, enunciato così, questo termine sembra definire meglio il concetto di felicità che quello di salute; una donna non potrà mai essere completamente in salute, perché il suo benessere – fisico, mentale e sociale – dipende da una serie di variabili che non dipendono da lei, e quindi difficilmente raggiungibile e misurabile.

Se invece attribuiamo al termine salute la capacità di adattarsi e di autogestirsi, credo di poter rispondere, almeno a livello personale e per quello che riguarda le mie esperienze, che la salute è proprio donna, nel senso che ritengo che in genere la donna riesca meglio a far fronte alle avversità, a mantenere e a ripristinare il proprio equilibrio: fisico, nel senso che riesce a reagire con più caparbietà alle sollecitazioni fisiologiche; psicologico, nel senso che riesce meglio a far fronte agli stress e a riprendersi da esperienze difficili; sociale, nel senso che ha una migliore capacità di vivere con un certo grado di autonomia.

Provengo da una famiglia in cui le donne sono state un grande pilastro: la mia nonna paterna, una vera combattente, da sola gestiva già negli anni ’20 a Roma due banchi al mercato rionale di Piazza Bologna e nel pomeriggio, lasciando nove figli a casa dove i più grandi badavano ai piccini, cuciva vestiti per Lina Cavalieri, la famosa attrice e soprano. La mia nonna materna, invece, sempre negli stessi anni, oltre ad una famiglia con sette figli, gestiva l’amministrazione economica dell’azienda agricola familiare in Abruzzo.

Donne, madri, mogli, ma soprattutto credenti: questo è ciò che erano e che mi hanno insegnato ad essere, insieme alla consapevolezza che essere donna significa anche essere valorosa e virtuosa, come insegna il libro dei Proverbi.

Valiamo per noi stesse, e non per quello che facciamo o abbiamo, e quindi la collaborazione fra uomini e donne, e l’intessimento di relazioni improntate alla giustizia, all’affettività e al riconoscimento reciproco, sono valori inestimabili che rendono migliore la vita.

Susanna Giovannini

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Il fenomeno della violenza contro le donne deve riguardare, e non in modo secondario, anche gli uomini.

Da uomo e da credente mi sento interpellato: non si tratta di dare giudizi o ricercare le circostanze che hanno determinato la violenza.

Usare violenza contro chiunque, ed in particolare contro le donne, è sempre un atto che va perseguito e condannato. Un crimine che viene perpetrato a danno della parte più debole, più esposta. Crimine contro l’umanità e per questo esecrabile e mai giustificabile.

Non si tratta solo di diritti e doveri, ma rispetto della dignità e della libertà della persona.

Le cause di tanta recrudescenza dei fenomeni di violenza alle donne sono da ricercare in un modello di società che favorisce la discriminazione, la prevaricazione, la legge del più forte. Modelli negativi che indicano nel successo, nella ricchezza, nella soddisfazione di bisogni materiali, nel possesso illimitato di beni di consumo i soli obiettivi da raggiungere, e a qualsiasi costo.

Così anche la donna è vista come possesso, cosa più che persona, su cui esercitare un potere perverso. Un atteggiamento, quello degli uomini, che non lascia spazio al dialogo, al confronto, all’ascolto e che finisce per esasperare i rapporti fino ad esiti senza ritorno.

Oltre ad una presa di posizione forte contro queste deviazioni e soprusi, occorre da parte di ognuno un atto di responsabilità e di impegno per proporre e testimoniare valori e comportamenti per una inversione di tendenza che, attraverso atti concreti e interventi mirati, ridia dignità alla donna, alla famiglia, all’intera comunità. Un cammino che deve vedere unite le componenti sane della società, oltre alle istituzioni.

Ed anche le chiese e i fedeli di ogni religione sono chiamati a dare il loro contributo perché la piaga della violenza alle donne venga risanata.  

Giacomo Guglielmelli

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